La mia j’accuse contro una facoltà chiusa e monocolore, qual’è quella di scienze politiche di Forlì (se non di Bologna) parte non solo da una semplice constatazione dei fatti avvenuti durante il mio periodo di studi universitari ma anche dal perpetuarsi di una sensazione di inadeguatezza durante tutte le altre mie occasioni di frequenza dei suoi ambienti. Come se tutte le volte, inconsapevolmente, cercassi di concedermi la possibilità di falsificare la teoria cresciuta e annidata nei meandri della mia mente per poterla riformulare in consonanza con i miei ideali di un’istituzione così importante.
La mia j’accuse contro una facoltà chiusa e monocolore, qual’è quella di scienze politiche di Forlì (se non di Bologna) parte non solo da una semplice constatazione dei fatti avvenuti durante il mio periodo di studi universitari ma anche dal perpetuarsi di una sensazione di inadeguatezza durante tutte le altre mie occasioni di frequenza dei suoi ambienti. Come se tutte le volte, inconsapevolmente, cercassi di concedermi la possibilità di falsificare la teoria cresciuta e annidata nei meandri della mia mente per poterla riformulare in consonanza con i miei ideali di un’istituzione così importante.
Mi sono laureata quattro anni fa, ma (essendo l’unica offerta culturale forlivese per i giovani) non ho mai smesso di frequentare qualche lezione, seminario, incontro o corsi extra-curriculari organizzati dall’università.
La sensazione, comunque, è rimasta tale e quale. Quando sei nell’aula, sai di non poter dire certe cose, sei elogiata, accettata o ascoltata solo se parli male di certi partiti o rendi palese la tua rossa opinione politica personale. Non che io sia contraria alla manifestazione delle proprie idee, al contrario, quello che non mi va giù è la chiusura netta nei confronti di “altri” ragionamenti.
Quando tendi all’onestà intellettuale nell’esprimere le tue critiche, ti accorgi dell’esistenza di una certa cappa, di un fumo o di una luce rossa sparsa nell’aria capace di offuscare ogni libertà tipica della scienza e dello studio, potrei dire un certo “inquinamento rosso luminoso”.
Voglio descrivervi metaforicamente l’immagine mentale di quanto detto con una semplice definizione:
L'inquinamento luminoso è la dispersione verso l'alto di parte del flusso luminoso prodotto dagli apparecchi per illuminazione esterna. Questa luce diretta verso l'alto va ad illuminare le particelle di polvere presenti nell'atmosfera creando un effetto di “alone luminoso” che impedisce di vedere la volta celeste e lo spettacolo che ci offre ( stelle, pianeti, comete e la luna stessa). Fonte: www.elektro.it
Un sistema del genere non può che sfornare un’istituzione compiacente, recintata, chiusa, monocolore, viziosa, incontaminata e deviata.
I professori diventano, loro stessi, le prime vittime di questo sistema; l’uguaglianza e la libertà di pensiero scompaiono e si creano in questo modo le condizioni per la retrocessione (altro che sviluppo, innovazione o adeguamento alle università europee!).
È un fastidio vedere messi sullo sfondo i professori più attenti alla scienza che al partito ed è un dispiacere lasciar andare via quelli più illustri che magari per ovviare al problema dell’imparzialità in aula, dicono chiaramente di non voler esaminare il caso italiano; casomai chi fosse interessato può sempre ritrovare le sue opinioni sul Corriere della Sera.
La scienza è libertà, libertà di pensiero, di opinioni e di ricerca. Un’idea nuova emerge solo dal conflitto di più menti. All’università c’è solo il perpetuarsi di un pensiero politico e di una baronia che prende sempre più piede e potere.
Il successo negli studi deriva molto anche dal rapporto fra il docente e il discente che però se è solamente basato sulla preminenza dell’ideologia politica del professore libero di scegliere e promuovere solo chi pratica maggiore commedia e leccaculismo allora stiamo davvero freschi.
Come studente, finché sei dentro sei assoggettata al loro potere in quanto ancora bisognosa di voti, ma poi una volta che sei fuori ti devi dimenticare delle ingiustizie subite o riscontrate, ti hanno buttata fuori nella pericolosa e sconosciuta giungla di ricerca di lavoro, ora devi darti da fare non più per fini collettivi ma ormai solo per quelli individuali. E chi rimane al sicuro, invece, all’interno dell’università e del suo roccaforte, beffandosi di te continua, impunito, la sua invincibile pratica di carote e bastoni.
E se sono io a lamentarmi di queste pratiche che sono iraniana, che ho studiato nelle scuole e università iraniane e so cosa voglia dire la manipolazione delle menti, la presenza della polvere fumosa dell’idealismo di un unico partito nelle aule, io che ho un elevato grado di tolleranza alla pratica del lavaggio dei cervelli, beh allora vuol dire che è davvero il caso di allarmarsi .. e cercare di porre fine a questo stato di cose. Non voglio curarmi dello spartizione di poltrone tra tutte le università italiane e/o all’interno di ognuna di loro. Quel che mi interessa di più è la garanzia di un ambiente fervido di idee, di parole, di creatività e perché no, di equilibri.
Non accetto che le cose rimangano così, non posso pensare che mio figlio, peraltro bolognese, tra dieci anni debba andare a un’università corrotta con regole informali prive di ogni obiettività e imparzialità, voglio che abbia la capacità di critica, di pensiero libero, di espressione libera, voglio che, se lo riterrà opportuno, possa procedere nei suoi studi post-laurea, senza aver bisogno di ingraziarsi il professore di turno o di portare in tasca la tessera di partito.. voglio che si cominci a voltare pagina e a pensare a un sistema di libero accesso ad attività di ricerca, come quello esistente in quasi tutti gli altri paesi europei.
Allora cosa starei a fare se no in Italia? A cosa servono i miei sacrifici di integrazione e i miei sforzi contro l’inadeguatezza se questo paese non ha e non avrà niente da offrire ne a me ne a mio figlio?
A proposito di contrasti e contraddizioni voglio riportarvi l’ultimo episodio legato alle mie esperienze con l’università:
Sabato. In occasione della cerimonia conclusiva per la consegna di attestati finali del corso universitario “Donne, politica ed istituzioni” organizzato in convenzione con il Ministero per le pari opportunità, il preside della facoltà scienze politiche fa un piccolo discorso a noi partecipanti.
Io penso, non parlo, penso. Rimando a più tardi una piccola intervista.
Prima vi do alcuni dettagli sul corso: i candidati erano stati selezionati e le partecipanti erano formate da circa un terzo di studenti e due terzi provenienti dall’esterno. Sei moduli didattici per complessive 60 ore di lezione e due prove scritte la cui media costituiva la valutazione finale per la selezione di un allieva meritevole di seguire la seconda parte del corso a Roma.
“Per noi è stata un’esperienza curiosa ed interessante.. un corso sponsorizzato dal ministero per le pari opportunità.. all’inizio non sapevo come potesse essere, ero perplesso.. siamo stati addirittura tra le ultime università ad averlo attivato… Poi ho capito che è semplicemente un corso per formare le donne ad una maggiore comprensione della politica, un corso di preparazione alla politica..Si, ci sono state un po’ di polemiche sulle votazioni, ma cosa volete, questo succede sempre nelle università.. se avete delle domande? (“non le faranno finché non avranno ricevuto l’attestato”interviene sorridendo Prof. Gambetta).. Dopo la consegna vi invito al buffet che abbiamo organizzato per voi, ma tanto sappiamo che come donne dovete andare a casa a preparare da mangiare, come è giusto che sia (sorride)…
(..Sbalorditivo, complimenti per la battuta, professore! Ma poi, tanto sappiamo come è fatto questo professore, è simpatico, ironico, sempre un po’ tagliente.. e anche se ciò non pare tanto conforme al ruolo coperto da lui come preside della facoltà scienze politiche, ci sentiamo divertite e lo perdoniamo)
Sapete, anzi questo corso vale solo come tutela del maschilismo (e ride).
(Già, forse ha ragione)
L’università si apre sempre di più verso l’esterno e i primi risultati sono stati positivi
(Eh si ma con calma, ha troppo terrore di aprirsi all’esterno, i suoi difetti risulterebbero sempre più evidenti in questo modo).Chiude velocemente tanto da dimenticarsi di dare la parola anche a Gambetta, Preside del polo Romagnolo…
Prima di buttarci sui dolcetti vado da lui:
-Ma non le sembra un po’ strano che la vincitrice (o prescelta) sia proprio la sua segretaria?
-Ma no, come, perché, cosa vuol dire? Ma guardi che poteva passare lei come qualsiasi altra persona
-Ma davvero non le sembra strano?
-Ma no, la ragazza l’ha presa sul serio, ha studiato tanto, come se fosse stato un esame universitario.. ma lei si è laureata poi?
-Certo, sono quattro anni ormai… ooh vuole dire che se no…
-Comunque lei provi a vederla da un altro punto di vista
-Ah, e quale?
-Che è una ragazza come tutte voi..
Grande logica. Lo guardo intontita. Penso: quando il potere offusca il limite del buonsenso. La ragazza di cui si parla, aveva cercato nelle prime lezioni di farsi notare facendo domande intelligenti, ma poi nella seconda parte delle lezioni era meno presente ed era diventata sempre più anonima. Quella, invece, che aveva ottenuto l’unico trenta al primo turno, finiva per sconvolgere tutte noi con un 19 al secondo turno. Tra un centinaio di partecipanti, mi pare strano che i voti siano stati così magicamente stravolti, la sostanza d’esame sia stata cambiata così inaspettatamente e la discrezionalità abbia avuto un ruolo così imponente.
Le due prove avevano le stesse caratteristiche formali: erano basate su alcune domande aperte e chiuse.
Ma mentre nella prima queste mantenevano le proprie peculiarità, nella seconda invece tutto era predisposto in modo tale da rendere chiuse le domande aperte e aperte quelle chiuse. Non chiedetemi il come, non sono un’esperta nella formulazione di domande, ma l’impressione era questa. Per molte.
Facendo una piccolo sondaggio di opinioni tra le ragazze, alla mia domanda: “cosa ne pensi del fatto che la vincitrice sia anche la segretaria del preside di facoltà?”, ricevetti le seguenti risposte: “beh, dico che è una Smafiata” oppure “ah, davvero, dico che non ne ero a conoscenza, ma se vuoi proprio saperlo ho riscontrato molte incongruenze a partire dalla selezione dei candidati al corso e la loro ammissione”, oppure “ma cosa vai a pensare, lascia perdere”…
Qualcuno potrà pensare o obiettare che io non abbia imparato nulla dal filone di studi scelto che è appunto la scienza diplomatica, ma io posso solo che replicare in questo modo: preso atto di quanto succede nell’università, non è forse proprio questa la diplomazia?
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