|
Di lei colpisce il contrasto tra la piccola statura e la incommensurabile forza interiore. La sua capacità di dominare assieme due concetti, difficili da rendere concordi per una mentalità occidentale o perlomeno per chi ha vissuto in occidente ma possibili per chi vive sotto un regime a più tratti criticabile: la battaglia e la pace. Secondo Shirin Ebadi, Nobel 2003, “più la prigione è piccola e più il prigioniero si attiva per poterne uscire e nessuna paura può mai fermarlo dal suo intento”.
Con il suo Centro per la difesa dei diritti dell’uomo, avvocatessa Shirin Ebadi, difende gratuitamente, e da 14 anni, i prigionieri politici, i minorenni e coloro che non possono permettersi battaglie quasi “perse” contro il severo codice penale islamico. Mohammad Latif è uno di loro. Un ragazzo ora quindicenne che è stato condannato a morte per l’uccisione involontaria di un altro tifoso in mezzo al marasma dei festeggiamenti post partita. Per lui, ha fatto di tutto: ha chiesto e ottenuto la certificazione del medico legale sulla sua capacità mentale non ancora sviluppata, ha consegnato la sua pratica al commissario delle Nazioni Unite per la difesa dei diritti dell’uomo e a tutte le altre organizzazioni impegnate per i diritti umani e infine ha intimato l’Unicef di considerarlo responsabile se il ragazzo viene giustiziato. Un’eventualità neanche tanto lontana a suo parere dato che l’esecuzione potrebbe avvenire in ogni momento.
Come è possibile la pena di morte nel 2008?
Anch’io mi faccio questa domanda ma sfortunatamente succede davvero. E non basta, a volte le pene sono talmente atroci da considerare migliore persino la morte. A Zahedan è stata inflitta a cinque persone la pena di amputazione del braccio destro e la gamba sinistra in modo da non farli tenere nemmeno un bastone. E’ talmente crudele.
Le condanne si rendono ancor più inconcepibili se si pensa all’età della responsabilità penale: 9 anni per la femmina e 15 per il maschio. In pratica la pena di una bambina di 10 anni è eguagliata a quella di un uomo di 40 anni.
Quali sono le sue speranze per cambiare la situazione delle donne in Iran?
La mia speranza è la resistenza del popolo e il suo modo pacifico di portare avanti le proprie proteste. In Iran noi non abbiamo nessuna movimento di lotta armata, cosa peraltro attribuibile soltanto ai Mujaheddin-e Khalq all’estero, ma combattiamo ed esprimiamo il nostro dissenso in maniera civile.
In quale modo sarebbe possibile esprimersi se non ci sono i mezzi per farlo o se la libertà di parola è largamente repressa nei giornali e nei media?
Con il fatto di rimettersi in gioco sempre di più. I nostri movimenti studenteschi non si fermano mai davanti agli arresti, agli abusi e alle frustate, loro ritornano sempre a lottare. Il cambiamento è nella loro forza.
E la paura? Che ruolo ha in tutto questo?
La paura è un istinto, come la fame. Arriva senza poter essere controllato. È l’esperienza poi a non permettere che interferisca coi propri obiettivi.
Quali sono le strategie per mandare via un regime?
È una domanda difficile. Il nostro regime ha dimostrato di non essere disposto ad ascoltare il popolo. Un chiaro esempio sono le elezioni parlamentari previste per il mese di marzo, nelle quali la gente non ha nessun diritto di votare chi vuole. A decidere tutto infatti è il Consiglio dei Guardiani che si impone sulla idoneità dei candidati e decide chi va avanti e chi no. Secondo la Costituzione della Repubblica Islamica il Consiglio è composto da sei membri del Clero scelti dal leader Khamenei e sei giuristi nominati dal capo del potere giudiziario, anche lui, a sua volta scelto da Khamenei. Tale istituzione ha poi il diritto di veto sulla legislazione parlamentare. Un diritto purtroppo usato molto spesso.
Pensa che la sua idea di un referendum sull’energia atomica e l’istituzione nel mondo di un comitato di solidarietà col movimento antinucleare iraniano possa attutire il rischio di una guerra contro l’Iran? Ma non è già un’utopia pensare a un referendum in Iran?
Il regime iraniano dice che l’arricchimento dell’uranio è la volontà del suo popolo. Un referendum sotto il controllo delle organizzazioni internazionali potrebbe darne una dimostrazione. Se il governo fermasse volontariamente il processo nucleare, gli Stati Uniti non avrebbero più motivi per avviarsi a una guerra.
Nel caso della vittoria di un Obama o una Hillary, verranno comunque decadute ogni ipotesi di guerra americana. La diplomazia iraniana quindi non perderebbe faccia. A proposito delle elezioni americane, lei per chi tifa?
Non dico niente, ogni mio pensiero potrebbe essere usato come propaganda. Non sto da nessuna parte.
Come si comincia a pensare di poter cambiare e a continuare a crederlo?
È una sensazione dentro ognuno di noi. Capiamo ciò che non va e sappiamo di doverlo cambiare. Se poi riusciamo a congiungerci e credere a quella sensazione interiore, allora siamo in grado di dare la nostra vita e il nostro sangue pur di conseguire l’obiettivo. Se crediamo in qualcosa, ne troviamo anche la strada. Persino in questa nostra Repubblica Islamica, completamente avversa ai diritti femminili, le donne sono riuscite a cambiare qualche legge a proprio favore, come ad esempio quella relativa all’affidamento dei figli dopo la separazione. Prima la donna poteva contare sull’affidamento del maschio di due anni e della femmina di sette anni. Ora può tenere entrambi con sé fino all’età di sette anni.
Per contro, le donne italiane pur avendo grandi spazi di movimento in una democrazia occidentale, soffrono ancora di molti problemi di parità sul lavoro e nella vita privata.
È proprio questo spazio che muove e spinge le persone a fare di più. Più la prigione è piccola e più il prigioniero si dà da fare.
Quali pensa siano i problemi della donna italiana?
La legge riconosce la parità, ma la donna italiana è succube ancora dei resti della cultura patriarcale.
È contraria o a favore del velo in Turchia?
Ogni persona deve essere libera di vestirsi come vuole. In Iran ci fanno portare il velo con forza, in Francia lo vogliono far togliere con forza. Non vanno bene nessuna di queste imposizioni. La donna deve essere libera di vestirsi come vuole.
Ma chi protesta contro la liberalizzazione del velo nelle università, protesta contro un Islam fondamentalista in grado di fermare il processo di modernizzazione pro Europea.
Io dico: voi credete nella democrazia? Allora lasciate la gente di pensare come vuole. Di vestirsi come vuole. Personalmente non porto il velo ma non mi permetto di pretendere lo stesso da tutte le altre donne.
L’ultima domanda. Ha mai temuto dopo uno dei suoi viaggi all’estero, di non poter più tornare in Iran?
Si, tutte le volte ho paura che sia l’ultima volta, ma non m’importa, non permetto e non permetterò mai che la paura cambi il mio modo di lavorare”.
Bologna, 11 febbraio 2008 - Pubblicato su "Il Resto del Carlino"
|