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La curiosità di capire come se la passano sessualmente e
trasgressivamente i vip della città mette in rotazione le ruote dei miei più
remoti meandri mentali e mentre mi bevo un tè freddo al limone con uno di loro
al bar chiccoso del teatro di Ravenna, oso chiedergli: “senti un po’, cosa fate
voi vips quando volete trasgredire? Andate alla spiaggia dei nudisti? Alle case
chiuse? Chiamate le super-sexy modelle catalogate? O fate gli scambi di
coppia?”. “Niente di tutto ciò, perlomeno nel mio caso. Perché? Mi ci vedi a
rischiare la reputazione così, coi tempi che corrono e con le intercettazioni
ormai all’ordine del giorno?”. Eh no – annuisco io – “hai ragione e allora?
Cosa fate voi personaggi noti?” Lui arrotonda gli occhi e dice “Fortunatamente
ci sono le segretarie e le cosiddette beneficate”. Le beneficate? “si certo,
dopo la scomparsa delle cameriere fisse nelle case (lo dice con voce ironica) e
dopo la cosiddetta emancipazione delle donne, noi ci rivolgiamo solo a persone
sicure con le quali non abbiamo niente da perdere o da temere. Le beneficate
sono quelle donne in cerca di fare carriera, senza se e senza ma, che diventano
il nostro pane quotidiano; possono essere donne sposate e non, giovani e non,
belle e non, ma ci sono e ci saranno sempre per noi”.
Cosa mi vuole dire, questo amico vip? Che le vecchie case
chiuse e le finte cameriere ormai non servono più? Che non servono proprio
grazie alle conquiste del femminismo? Mi sta parlando del potere maschile e
della sua inarrestabile forza di ricatto? Senza saperlo, infatti, mi sta
fotografando le deboli conquiste del post-femminismo occidentale, e io sto a
sentirlo, col mento appoggiato sulla parte carnosa della mia mano e con il peso
della testa altrove. Mi piace entrare in
sintonia privata con un uomo, divento quasi complice astratta di una condanna
dell’ “animalità” dello stesso uomo. Ho sempre goduto di questa specie di
privilegio, fin da quando ero bambina, i miei cugini, come se fiutassero a
distanza la mia mascolinità, mi raccontavano le loro fantasie e il loro
graduale sviluppo sessuale. Non mi consideravano la parte attiva del gioco ma
piuttosto la parte di chi osserva curiosamente e scrupolosamente senza voler
per forza giudicare.
Ora però il giudizio c’è e come. Magari un po’ diluito
quando sono sul campo di ricerca ma poi la bolla dei valori torna a galla e mi
sollecita a prendere una posizione chiara. Vuoi vedere che i rigidi
insegnamenti religiosi e familiari abbiano avuto un effettivo ruolo
nell’improntare la mia psiche immacolata? Chissà.
Chissà perché ad esempio non mi toccano e non mi emozionano
nessuna delle situazioni hot (o perlomeno diverse dalla mia cultura) che ho
vissuto in questi ultimi giorni.
Flashback:
Quanta
differenza tra i miei due mondi, penso, camminando sulla spiaggia dei
nudisti a Lido di Dante. Magari sotto sotto fanno tutti la stessa cosa, tutti
trasgrediscono, fanno sesso bieco o cose sconce; i nostri mullah, ad esempio,
nei fatti porci potrebbero battere il più estremista dei “bassonisti”, scopano
le ragazze vergini scappate dalle piccole città col miraggio della capitale
negli occhi, “sposano” le vedove dei shahid, dei martiri, con la consapevole
intenzione di dormire con un paio di volte alla settimana in cambio di qualche
rials, si sospingono nella depravazione, dall’alto del loro potere politico
religioso, chiedendo i particolari sessuali alle donne fidanzate e in procinto
di sposarsi con la banale scusa di insegnarle i trucchi per non perdere la
verginità prima del matrimonio; fanno tutto questo, si, e ancora di più, ma la
cosa più stramba e distorta è proprio l’immagine che mi trovo davanti. Insomma,
acciderba, misericordia, ma come fanno qui, in Italia, a tradurre la libertà -
la conquista occidentale per eccellenza, la meraviglia delle meraviglie, il
dono dal più alto valore morale ed intellettuale - nella stupida ostentazione
di un anonimo pisello dondolante? Fra l’altro anche piccolo e mediocre, da qui
poi il dilemma circoncisione si, circoncisione no? Nella plateale scena
seghettaria di un bavoso guardone marocchino sulle dune? Nel grattarsi da soli
e vicendevolmente in un branco di scimmie da documentario?
Lo chiedo a Eva Robins. La noto subito. Con una specie di
pareo e due tronchetti d’albero si è creata un angolino riparato non molto
lontano dalla riva del mare. È in piedi, porta gli occhiali, due coppe di
champagne all’insù e un paio di brasiliane da dove spunta fuori un tatuaggio
rossiccio. Non si capisce cosa è, si vede solo una piccola protuberanza sotto,
la firma della sua pluriennale fama televisiva. Non ho il coraggio di andarle
incontro. Ma insieme a un amico mi siedo a qualche passo da lei e ogni tanto la
guardo. Ci vado, dico… si, si, adesso ci vado… e non ci vado. Lei si avvicina.
Chiede l’ora e dà inizio al nostro breve colloquio: “Devi aspettare le 18:30, e
poi (lo dice con tono da strega del nord di mago di oz) vedrai di tutto e di
più in questa spiaggia, è a quell’ora che si comincia ad agire”. Agire? Forse
per agire intende orge?! La prendo per buona e non vado oltre. La mia parte
spirituale, o timida musulmana, sta già prendendo diritto di prelazione. “Ti ho
vista a Matrix, davi l’aria di una donna equilibrata e molto sicura di sé” – mi
rivolgo a lei con una serietà bizzarra e chiaramente fuori luogo. “Ci vuole
equilibrio in tutto, anche nei vizi; io mi apro con moderazione ai vizi e così
riesco ad essere equilibrata”. Eh, no, la sua risposta non suona molto logica,
io parlo della sua sicurezza interiore e lei la lega al luogo dove ci troviamo.
Cambio discorso:“Cosa ne pensi delle nostre donne col chador?” Lei sfoggia un
sorriso ammiccante e mi risponde: “Che almeno sono protette!”. Scoppiamo tutti
e quattro (io, lei e i due amici nostri accompagnatori) in una risata
sostanzialmente liberatoria ma rendendoci conto di una certo disagio sottostante,
dopo poco chiudiamo ogni discorso e ci salutiamo. Lei deve tornare a Bologna e
dar da mangiare ai gatti. Io non c’ero stata. Non c’erano più motivi per
restare. Dopo un po’ di giri, ritroviamo il suo accompagnatore che come un
gatto con un bel topo in bocca, non vede l’ora di rivelarmi le intenzioni di
Eva. “Le piaci, sai cosa ha detto? Che ci voleva una bella leccata di f…”.
“Perché non va solo con gli uomini?” “Noooo, le piacciono anche le donne
curate, quelle fini… e se trova una così, fa di tutto”. Ora capisco il perché
di tanto imbarazzo, io volevo conoscere di più il suo mondo e lei mi invitava a
frequentarlo.
Nessun coinvolgimento, nessun eccitamento e nessun interesse
nemmeno negli altri posti dediti al peccato. Non ci trovo nulla di fascinoso, nulla
per cui ne valga magari la pena di buttare giù qualche muro. Anzi, una
sensazione la provo, quella per appunto di stampo comico-penoso.
Questa
volta sono al Kalos, locale per scambisti a Marina di Ravenna. Mi fanno
entrare senza chiedere documenti. O meglio sarebbe bastata
un’autodichiarazione, tipo: Valentina Rossi, nata a Motomondiali. Il buio
incombe, mi giro senza saper dove andare. Mi vengono in mente le cieche
ricerche di una candela quando per allarme rosso della guerra contro i
bombardieri iracheni, giravo per la casa tastando tutti gli oggetti che
trovavo. Drizzo le orecchie e da una piccola stanza sento degli strani rumori.
Do’ un’occhiata, ma niente paura, non è un kamikaze in fibrillazione, è solo un
sessantenne con la giovane moglie ungherese e un terzo partecipante all’evento.
Il mio amico mi viene in soccorso e mi porta nella stanza
delle coppie. Al centro, un grande letto sul quale dopo un po’ di strisciamenti
una coppia di una certa età si tuffa a capofitto. Oddio, penso, se solo potessi
far vivere questa scena a mia nonna. A 50 anni diceva di essere vecchia, pronta
a morire e senza alcuna prospettiva di vita. Se solo potesse vedere l’impegno
assiduo, a tratti ripetitivo e noioso, di questi due con pelle e palle mosci a
dare spettacolo di sé, chissà come reagirebbe? Una volta mi aveva raccontato
della sua prima volta: di lei e nonno sul letto, e della bisnonna che dandogli
la schiena aspettava il famigerato fazzoletto insanguinato, simbolo della
verginità, da portare fuori e da esporre ad altri parenti . Una scena del
genere, però, non la immaginerebbe nemmeno nei suoi sogni più eterodossi, anzi,
alla sua vista addirittura morirebbe sul colpo. Non capirebbe nemmeno perché
l’uomo della situazione, nonostante tutti gli sforzi e tutte le azioni
trasgressive messe in atto, non riesca a raggiungere il piacere. Io tenterei
con argomentazioni su temi come la perdita di misteri e di magie, di unicità e
di amor proprio, di fedeltà corporale, ma forse risulterei troppo bacchettona e
non direi niente.
La banalità della scena spinge me e il mio accompagnatore a
riderci sopra. Prendiamo lo stivale dell’uomo e lo nascondiamo. Vogliamo farlo
impazzire un po’, divertirci e cinicamente far si che si vergogni di portare
gli stivali neri con la cerniera laterale nel bel mezzo di un torrido luglio.
Facciamo finta di niente quando deluso di cercare l’orgasmo, parte con la
stessa “mezza passione” con il suo bel culetto nudo e porcellana per aria, al
setaccio della stanza alla ricerca dello stivale. Noi ridiamo sotto i baffi.
Anche sta volta, non ottiene alcun successo. Prendiamo la scarpa da sopra il
divano e gliela mettiamo davanti al naso. Finalmente la ritrova e se ne va via,
lasciando però qualcosa di ben più importante del ricordo di uno stivale
invernale perso, qualcosa – per lui - di infinitamente più difficile da
ritrovare: la propria dignità.
È
incredibile. Se solo il padrone di Yves Saint Laurent potesse vedere, in
questo preciso momento, cosa mi sta simboleggiando il suo marchio a colori,
peraltro imitato, su un berretto bianco troneggiante di modernità,
raddoppierebbe di sicuro la sua spesa pubblicitaria per riconquistare
l’immagine chiccosa della sua boutique.
Sotto al cappello tempestato dalla griffe della famosa casa
di moda, infatti, c’è un ragazzo nero che propone con insistenza il suo
attrezzo più richiesto. Siamo al parcheggio dei guardoni e degli scambisti. Non
ci sono molte persone, cinque o sei uomini al massimo pedinano l’area. Il più
sveglio però è lui. Con una mossa felina si avvicina alla nostra macchina. Per
un paradossale buon senso non viene dalla mia parte ma va prima a chiederlo al
mio amico dietro al volante. “Come va? Cosa dici?”. “Io non dico niente, è lei
che deve approvare.” “Perché non le piaccio? Vuole vederlo? Guarda che lo tiro
fuori, se vuole.” Io rido, sono lì per vedere e poi descrivere, non dico
niente. Viene dalla mia parte. Lo tira fuori e lo sbatte sul portone destro
della macchina, lo tocca con una certa malizia e ne canta le lodi: “guarda che
bello, ti piacerà, toccalo, guarda quanto è duro, guarda quanto è nero…” Mah, dico io, neanche fosse un braccialetto.
Anzi, la tecnica promozionale - e forse anche l’insistenza dell’offerta - è
quasi la stessa, di giorno però, cappelli d’imitazione e cinture di cuoio e di
notte il proprio bene più prezioso: il pisello insolito per appunto.
Ce ne andiamo lasciando a terra l’autostima di quel povero
ragazzo così pietosamente avvezzato da questo facile metodo di integrazione.
Una volta il mare adriatico di notte rappresentava l’amore.
L’amore romantico, quello con il fuoco sulla sabbia, le canzoni cantate a suon
di chitarra, i dolci racconti del cuore, i battiti delle stelle cadenti, e i
bagni nudi a mezzanotte. Ora invece?
Ora ci sono i nuovi fenomeni, quelli della libertà estrema, della
dimenticanza di sé e dell’indifferenza verso gli altri. Il sentimento non abita
più lì, non è più suo ospite principale, ora ci sono gli stupri, i guardoni, i
ladri. Un branco di scimmie, insomma, di pervertiti.
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