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C’era una volta lo zucchero. Fine, puro, bianco ed energico.
Ma poi arrivò impetuosamente il sangue. Noi non reagimmo (o non fummo capaci di
reagire). Ci abituammo semplicemente ad assuefarci e a prendere per dato di
fatto la sua presenza nelle nostre vite. A pensare che la pace non fosse più
quel che ricordavamo ma qualcosa di più valoroso e ancor più significativo dei
nostri vaghi ricordi. Quei ricordi dove abbiamo cullato e cresciuto con
profonda devozione i nostri valori, alla base della nostra essenza e della
nostra solitudine, e dove quasi per magia lo zucchero ci aveva sempre
accompagnati.
Si chiama Shole-zard. È un piatto che la mamma preparava per
i suoi patti con Dio. È fatto con zucchero, riso, zafferano e acqua di rose.
Sopra ci scriveva con la polvere di cannella il nome di uno dei dodici imam:
Ali, Hossein, Reza …mio fratello e io all’epoca ancora inseparabili portavamo
scodelle di questo dolce ai vicini di casa, i quali a loro volta ci farcivano
le orecchie e ingenue anime con “che sia accettato da Dio”. Noi impassibili
accennavamo un infantile sorriso ma dentro ci sentivamo già protetti da un
ombrello fatto di religiosità e di affetto sociale.
Gli smarties di papà. All’ora vivevamo al golfo persico, a
Bandar-Abbas. Sebbene facesse un caldo pazzesco, 50 gradi all’ombra e intorno
alla nostra casa brulicassero scorpioni pericolosissimi, posso dire che i miei
ricordi d’infanzia più belli albergano proprio là. Quando dopo una lunga
giornata di lavoro papà ci portava gli smarties e i cartoni pieni di gelato
sfuso al cioccolato e alla fragola
sentivamo sulla lingua non solo il fresco indispensabile per vivere in
quei posti ma anche l’amore incondizionato di chi crede nel dare,
nell’impegnarsi e nel vivere per gli altri.
Lo zucchero filato dei due cantanti felici. La nostra Due
Cavalli gialla era predisposta ad hoc. Dietro aveva un materasso cucito su
misura dove i piccoli potevano beatamente dormirci. Nonostante la sua debole
struttura, però, era il nostro grande cavallo di razza per fare migliaia di
chilometri in tutta l’Iran. Così, mentre noi dietro giocavamo a fare bambini e
a dividerci lo zucchero filato, i nostri genitori cantavano a squarciagola le
canzoni del loro amore e inconsciamente ci instradavano nel mondo della complicità
degli adulti.
La nonna invece ci insegnava la stabilità e la sicurezza con
le sue solite uova strapazzate con lo zucchero che tirava fuori proprio in quei
tanti momenti di emergenza, quando cioè la casa saturava di amici e parenti
inattesi.
Ma poi - come dicevo - arrivò il sangue. Del fanatismo,
quello negli occhi di chi riesce a sovrastarti con il suo intruglio di odio e
di violenza. Colorò le teste dei nostri adolescenti e l’acqua delle fontane
nelle grandi piazze della città.
Noi abbiamo accettato il suo arrivo. E la sua permanenza.
Come pure tanti altri potenti del pianeta che l’hanno guardato con
indifferenza.
L’ “halva”, dolce fatto di farina tostata e zucchero non
veniva più offerto solo nei cordogli per i morti naturali, ma soprattutto per i
morti della rivoluzione, della guerra contro l’Afghanistan e l’Irak, per i
dissidenti del regime trucidamene ammazzati.
Il sangue ormai era arrivato. Sulle schiene delle presunte
spie frustate. Nelle urine di mio cugino che in guerra in Afghanistan doveva,
per solitudine desertica e per la sete, bere la propria pipì. Nelle vene del
suo viso, così in rabbia col mondo intero. Nella gola di mio nonno che morì di
cancro.
Per lo zucchero ormai era la fine, c’erano file
interminabili davanti ai negozi alimentari autorizzati. Eh già, perché la
felicità e la pace erano ormai cose “autorizzabili”.
Il sangue aveva preso tutte le priorità.
E mentre noi ci avvezzavamo alla sua presenza, la sua
macchia si espandeva in tutti i continenti.
Ovviamente, di nuovo, con il benestare di ingenui come noi.
Luglio 2006
La Voce di Romagna
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