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È un peccato che le donne italiane non sfruttino appieno le libertà loro concesse
dal sistema democratico liberale e le potenzialità politiche previste dai
principi della Costituzione in vista di una sempre maggiore partecipazione
femminile.
Se avessimo avuto noi (iraniane) quei diritti politici e
civili scritti e consuetudinari che mano a mano si sono affermate nei paesi
occidentali, non ci saremmo mai accontentate, avremo chiesto sempre di più,
avremo voluto norme di accesso alle stanze di comando, idee per ridurre il gap
di presenza ai livelli dirigenziali e modi diversi per interpretare le nostre
creatività.
Mi pare strana l’indifferenza delle donne al recentissimo
governo e alla tranquilla ammissione di Prodi sulla sua incapacità di introdurre
più figure femminili nell’assetto governativo e di darle l’importanza che
meritano.
Purtroppo non abbiamo assistito a prese di posizione
rivendicative che andassero oltre ad un piccolo servizio televisivo delle iene,
ad una raccolta informatica di firme a favore delle quote rosa o a qualche articolo giornalistico
“incazzato”.
Prodi, fin dalle prime decisioni, non ha potuto assolvere
alle sue promesse in campagna elettorale lasciandoci con l’amaro in bocca,
eppure noi siamo ancora qui ad aspettare che faccia qualcosa “poi”. Ma io dico,
cosa stiamo sperando? Cosa stiamo aspettando? Mi convinco sempre di più del
ragionamento di Berlusconi; malgrado alcune sue affermazioni fossero state
impopolari, eppure sono sempre risultate pienamente autentiche e reali: “forse
sono le donne stesse a non volere partecipare alla politica”, forse ci va bene
il sistema così come è, forse siamo noi ad issare quel tetto di cristallo
(glass ceiling) che ci vieta di arrivare ai livelli dirigenziali, forse
ripetendoci instancabili luoghi comuni come quello della nostra innata
competitività, invidia e gelosia o la totale assenza di solidarietà (come
quella maschile), ci auto-condanniamo a rimanerne fuori.
Si, ha ragione Berlusconi, non possiamo attendere qualcuno
che faccia qualcosa per noi senza mostrare le nostre vere aspirazioni.
Diverrebbe un’attesa lunghissima e nella migliore delle ipotesi una vittoria
gratuita. Il fatto di vedere sempre più autiste di bus femmine per la città non
coincide esattamente con la conquista di spazio nella società moderna. Le quote
rosa sono ben altro; richiedono ben altro: la nostra partecipazione, la nostra
presenza. Non permettiamo che ce la regalino per grazia prodiana, ma per quel
che abbiamo chiesto noi. Tutte quante. Insieme (non quel concetto di “insieme”
di Prodi e moglie, naturalmente perché non sono stati capaci, insieme, di
mantenere le promesse), mostriamo di volere ruoli importanti, di partire da un
certo livello ma di non voler essere segregate ad un altro punto.
È per questo che penso sia intrigante e avvincente
cimentarsi in un’impresa simpatica ma ricca di significati, accessibile e
visibile a tutte, capace di rinnovare, ogni giorno, la nostra stessa
consapevolezza. Lasciamo segni rosa ovunque per la città, ricordiamo a tutti che
nascono anche le femmine. Io l’ho fatto,
sul monumento più centrale della città, sulla statua di Aurelio Saffi, cui
moglie (e non ce lo ricorda nessuno) fu una fan sfegatata delle donne. Io ho
messo il mio fiocco rosa. E voi?
p.s.: mi è costato 4 euro e 20 di tulle rosa e una domenica
a casa ma ne è valsa la pena.
29 Maggio 2006
La Voce di Romagna
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